Quando il web si è diffuso nei primi anni novanta, l’interesse da parte di utenti e aziende è cresciuto rapidamente. Contemporaneamente sono nati gli imponenti portali dedicati sia agli affari che all’informazione, e i siti personali. Milioni di pagine web statiche che venivano aggiornate con poca frequenza, e si trovavano come elefanti di fronte a un mondo in continuo cambiamento, senza riuscire a seguire né tanto meno a gestire la massa delle informazioni.

A fronte degli imponenti investimenti finanziari che sono stati intrapresi nel biennio tra il 1998 e il 2000, una bolla speculativa è presto scoppiata eliminando moltissime aziende che nella rete avevano investito tutto. Ad alimentare la cosiddetta bolla della new economy, è stata la strategia utilizzata dalle aziende che ha visto gli stessi schemi dei mass media applicati all’internet: l’informazione veicolata attraverso i grandi portali come fossero semplici canali televisivi.

Quando l’economia in rete si è risollevata, dopo i primi momenti di timore e di distaccamento delle aziende dal web, la tecnologia ha raggiunto un livello di semplicità tale da permettere a chiunque di aprire e gestire un proprio spazio a costo zero: il blog. La partecipazione e la condivisione delle informazioni diventa, quindi, la regola base di questa nuova concezione della rete. Tim O’Reilly conia – e ne reclama i diritti d’autore – l’espressione Web 2.0 per indicare una nuova versione della rete. Ma l’infrastruttura non cambia, sono le persone e le aziende che iniziano a imparare a usare gli strumenti collaborativi e per questo si inizia a parlare, in modo più appropriato, di web sociale.

Nei giorni attuali, in cui il colosso Google acquista YouTube – un servizio gratuito di condivisione di clip video – per oltre un miliardo e mezzo di dollari, l’ombra di una possibile nuova bolla speculativa sembra farsi avanti. Anche Bill Gates avverte di un fallimento imminente: le aziende continuano a preoccuparsi del traffico internet e del numero di accessi ai propri siti, siamo tornati in una bolla. Robert Scoble, ex dirigente di Microsoft, non è così pessimista e nota maggiore consapevolezza negli affari in rete. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto sociale, tutta quella conoscenza nata dal basso, dagli stessi utenti, resterà sicuramente anche se le finanze dovessero, ancora una volta, sgonfiarsi. La domanda che si può sollevare alla luce di questo processo è quindi: cosa accadrà dopo? Il Web 3.0 potrebbe essere l’internet delle cose, cioè ogni oggetto fisico e virtuale sempre connesso alla rete e con cui è possibile interagire in qualsiasi momento.

Link: Web 3.0 ?

About these ads